
Giovedì sera sono riuscita finalmente a vedere il film di Virzì “Tutta la vita davanti” come appassionatamente consigliatomi anche dal caro Klimt, ma fino ad oggi è stata dura per me riuscire a mettere nero su bianco la caterva di emozioni suscitate dal film… Forse perché, come ho scritto nel titolo, la condivisione empatica che ho vissuto con la protagonista del film dinanzi alla “rappresentazione” della realtà lavorativa precaria è stata fin troppo intensa.
Se poi aggiungi che il taglio tragicomico dato da Virzì fa si sorridere, commuovere ma al contempo ti angoscia fin nelle viscere capirete il perché di quel groppo in gola che dopo The End non va né su né giù, e richiede un certo periodo per essere metabolizzato.
Allontanandomi dalla sala infatti mi è restato un sentimento d’inquietudine dovuto all’amara consapevolezza che la storia di Marta e della precarietà lavorativa è ahimé fondata sulla realtà e non su un espediente narrativo, è qualcosa che purtroppo molti della mia età hanno sperimentato sulla propria pelle.
Cosa lodevole fatta da Virzì è stata, attraverso i toni della commedia grottesca, quella di concedere finalmente la parola, la dignità di esistere e di essere rappresentata alla generazione di trentenni laureati che è costretta a vegetare nell’infamante ma obbligato status di eterni "bamboccioni". Quello per intenderci, che ti fa pensare meschinamente “Menomale che ci sono ancora i miei” perché ciò posticipa di qualche tempo le conseguenze dell’incubo della precarietà, della disoccupazione, della totale assenza di prospettive, di soldi, di diritti, di dignità.
Ti ritrovi allora malinconica a ricordare i bei tempi passati a “macerarti” l’anima sui libri. Eh sì, col senno di poi, ti ritrovi ora ad invidiare l’atmosfera spensierata della vita universitaria. Quando dai tutta te stessa mentre agogni al traguardo e alla degna conquista di un titolo che per te ha un valore più che simbolico, un modo per sfuggire alle tue insicurezze e dimostrare al mondo quanto vali. Troppo effimero tuttavia è il senso di appagamento ottenuto con le unghie e con i denti.
Una volta uscita dalla bambagia universitaria appuri sulla tua pelle che di quel titolo e di quel bel voto tanto agognati non rimane altro che un inutile pezzo di carta, tra i mille altri che si perdono nel buco nero di una società in cui la meritocrazia non è altro che una desolata utopia…
Da profana ti viene quindi di prendere in prestito per un attimo l’Iperuranio di Platone e il suo affascinante mito della caverna: l’articolo “L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” sembra sempre più quell’ombra riflessa sul muro, diametralmente opposta alla luce e alla vita concreta, che è in “realtà” tutt’altro… Ti rendi conto con amarezza che studiare purtroppo è stato un mero fine e non anche un mezzo per trovarti un lavoro e vivere. La vita, quella vera, ripeto è tutt’altra cosa, è un continuo destreggiarsi tra proposte di stage infiniti, co.co.co. e lavori a progetto. E’ precaria come le prospettive di lavoro che ci infiocchettano ben bene sotto il termine “Flessibilità” che fa tanto America. Ma in fondo in fondo flessibilità nella nostra povera e vecchia Italia resta solo una parola vuota perché non consente ai giovani di accostarsi concretamente alla condizione adulta e di prendersi definitivamente la responsabilità del proprio progetto di vita.
E alla fine, come Marta, anch’io in macchina sono scoppiata in un pianto fin troppo represso buttando fuori tutta l’amarezza covata nelle due ore del film mentre nella testa mi riecheggiava ancora beffarda la canzone “Que Sera Sera (Whatever Will Be, Will Be)" che fa da sottofondo alla carrellata sardonica di tutti i protagonisti: il mio un tentativo forse inconscio di esorcizzare almeno fino a domani quel senso di inquietudine costante verso il futuro dove, per "sopravvivere", la vita può essere vissuta solo giorno per giorno.
Vi chiedo scusa per lo sfogo.

