
Negli ultimi anni si sente sempre più parlare di digital shadow (ombra digitale), termine utilizzato per indicare la mole consistente di dati raccolti, a nostra insaputa, sul web (le ricerche che facciamo, gli indirizzi internet che digitiamo, i video e le pubblicità che guardiamo).
Nulla o quasi passa inosservato. Se da un lato le aziende sostengono che questi sono strumenti di marketing per offrire servizi su misura agli utenti, in molti temono che si tratti di una raccolta che mina la riservatezza. Da qui l’assoluta necessità di tutelare la privacy degli internauti.
Il problema però è: quale privacy?
Sul web, infatti, molte informazioni sono fornite dalle stesse persone, in modo volontario anche se non sempre consapevole delle possibili conseguenze.
Sui siti blog o di social networking (Myspace, Splinder, ecc) gli utenti tracciano un proprio profilo, cioè una descrizione di se stessi, costruiscono liste di amici o di cose che amano, pubblicano foto o video, stabiliscono relazioni sociali ed affettive, condividono cose, ecc.
Questo costante tener traccia dei propri umori, delle proprie preferenze e stili di vita rende ancor più problematica la separazione tra ciò che è pubblico e ciò che resta della privacy.
La propria identità è costruita attraverso ciò che si condivide e dalla propria rete di rapporti, sul web siamo chi diciamo di essere e chi conosciamo, ma dato che questi dati cambiano, anche l’identità è un work in progress.
La riservatezza viene sacrificata al desiderio di rappresentarsi, al tentativo di non essere solo un anonimo di passaggio.
Per molti, figli del libro, il blog o l’e-mail sono degli strumenti, per gli adolescenti, “nativi digitali” cresciuti a pane ed internet, sono una parte integrante della propria immagine del sé.
Le nuove generazioni, infatti, esprimono la volontà di appartenere formalmente a una community, di esprimersi e anche di rendersi visibili, propensi alla risoluzione cooperativa dei problemi, che significa anche e soprattutto discutere e affrontare questioni private e pubbliche con i propri contatti.
Quindi, perché lo Stato dovrebbe proteggere la nostra identità se milioni di nativi digitali si raccontano su internet senza paure?
Gli immigrati digitali, cioè la fascia di età dei 30-40enni, sono ancora legati a una percezione dualistica tra mondo offline e online, mentre per i nativi questo confine è sparito.
Resta però il fatto che le informazioni che chiunque pubblica in rete (testi, foto, video, ecc) hanno il carattere della durevolezza, cioè questi dati possono essere memorizzati, duplicati e rimangono accessibili per anni ad un pubblico immenso e sconosciuto.
Sul web quindi il pubblico è privato e il privato è pubblico: è certamente inquietante la riflessione generata da queste parole, dall’idea che qualcuno possa prelevare informazioni dai nostri blog ed utilizzarle per scopi a noi ignoti. Eppure ognuno, a suo modo, vi è dentro fino al collo.
Naturalmente quando abbiamo intrapreso l’avventura di mettere a nudo i nostri pensieri, le nostre opinioni, a volte il nostro sé più profondo, lo abbiamo fatto con un minimo di consapevolezza riguardo alle possibili conseguenze di tale azione. Aggiungiamoci anche una dose notevole di leggerezza sostenuta dalla copertura che poteva offrirci l’anonimato.
Tuttavia, pur rientrando di diritto nella fascia degli “immigrati digitali” e pur covando dentro il timore di quanto descritto sopra, l’idea della chiusura al mondo di questa parte di me che ha faticato tanto per uscire alla luce, non mi sfiora nemmeno.
Sarebbe ridicolo, infatti, pensare che una persona, quella cioè concepita a 360°, possa essere delineata solo attraverso il riflesso che dà di sé sotto questa piccola porzione di cielo.
Ognuno di noi è e resterà su questi lidi solo la punta dell’iceberg di quello che rappresenta nella vita off-line.
Tuttavia quanta energia sa sprigionare quella piccola punta di ghiaccio… quanto calore sa donare a chi entra, per volontà o per caso, in rotta di collisione con quell’alterità sconosciuta… eppure rassicurante.
Chissà, forse sarà perché l’altro, ascoltando le proprie emozioni, non fa altro che dare voce alla melodia dell’universo che alberga in tutti noi… quella che nel proprio inconscio tutti fischiettano…