
A chi non è capitato di trovarsi di fronte a situazioni simili… pensi di avere dinanzi una persona qualunque, incrociata per caso sulla tua strada, ma quell’incontro per te privo di significato rimane tale finché questa non alza lo sguardo e ti guarda negli occhi. Cerchi di sostenere il suo sguardo ma ti sembra di perdere l’equilibrio, annaspi come se stessi per affogare. Basta poco e tutta la consapevolezza che hai tenacemente conquistato su te stessa/o salta in aria per fondersi nell’universo senza fine con i suoi minuscoli frammenti…
Per quanto tempo due persone possono guardarsi negli occhi? Dieci secondi?
In ogni caso, non ci vuole molto prima che si cominci a provare una specie di angoscia, di paura di ciò che si vede, o dell’immagine riflessa dei propri occhi che appare all’improvviso senza che si possa evitarlo. O terrore sordo per il dubbio di essere risucchiati tutti interi dallo sguardo dell’altro. O l’incertezza della propria identità e di quella dell’altro.
L’identità non è negli occhi. No, quella la si ritrova solo quando si distoglie lo sguardo.
Al tempo stesso, tuttavia, c’è un’infinita attrazione, un fascino arcano nell’abbandonarsi agli occhi di un altro, nello sparirvi dentro e nel lasciarsi inghiottire.
È questo che si prova a volte dinanzi a certi occhi, è questo a far esitare il nostro sguardo tra la fierezza e l’annullamento, è questo che inconsciamente si spera di incrociare quando con gli occhi ci perdiamo nell’infinito…

Conosco persone per il quale il mare non è solo uno stile di vita, è il fondamento stesso del loro rapporto con la realtà. È imparare a vivere in continuo movimento, a non dare mai nulla per scontato, a cercare una sempre maggiore umiltà e rispetto per ciò che l’uomo non domina, e a vivere pienamente ogni istante.

Secondo tali spiriti liberi, è in mare che si coglie la vera dimensione ed il vero valore dell’essere umano. A terra si crede sempre di essere più importanti di quanto si è in realtà. Si cerca di lasciare le proprie tracce, sia nella coscienza degli altri che nei confronti dell’eternità. In mare, invece, si sa che non serve a nulla. Quando la scia di una barca si dissolve tutto torna esattamente come prima del passaggio.

È innegabile il fascino che avverti quando parlano del titano dalle mille sfumature… passione, umiltà e rispetto si fondono in un credo che non puoi fare a meno di riscontrare anche nella tua coscienza più profonda. Il mare per queste persone non è solo una forma di educazione che indica il modo migliore per affrontare la propria esistenza. È molto di più. Quello che insegna il mare è ne più ne meno di un’etica che dovrebbe regolare le relazioni con gli altri esseri umani.

Per provare a descrivere tale esclusivo rapporto ho preso in prestito uno scritto di Emily Dickinson che offre una sintesi della divina ebbrezza della prima lega in mare aperto: descrive il senso di esultanza che sperimenta un’anima di terraferma quando entra in contatto con la profonda eternità del mare.
Un interrogativo chiude la poesia: il marinaio, che ha per questo mondo una familiarità alimentata dalla conoscenza e dalla consuetudine, è ancor capace di provare la divina ebbrezza del navigare? La risposta non può essere che una. Per quanto si navighi e si conosca (o si pensa di conoscere) il mare, il senso di stupore che si prova affrontando e trovandosi a contatto con il suo mistero si rinnova ogniqualvolta si salpa.

Che voi siate di terraferma o marinai nel sangue non importa... il mio augurio abbraccia ognuno di voi... Buon vento a tutti...!




