Ovatta ed Acciaio

Il mio fine

Utente: Aicha77
Un'anima che vuole suscitare emozioni… null’altro che emozioni!

Il perchè del titolo

Acciaio ed ovatta... un luogo virtuale in cui le parole possono essere dure come l'acciaio o accarezzare l'anima come soffice ovatta... Benvenuti!

La mia casa è la tua casa

Invitare qualcuno è lo stesso che incaricarsi della sua felicità per tutto il tempo che egli dimora sotto il vostro tetto. (Anonimo)

*******

Se esprimi un desiderio è
perchè vedi cadere una stella,
se vedi cadere una stella è perchè guardi il cielo,
e se guardi il cielo è perchè credi ancora in qualcosa...
Bob Marley

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sabato, 30 maggio 2009

Will the circle be unbroken

Che il cerchio si chiuda
Addio, Signore, e addio
C’è una casa migliore che sta aspettando
In cielo, Signore, in cielo
   
Ero seduto alla mia finestra
In un giorno freddo e nuvoloso
Quando ho visto il carro funebre arrivare
Per portare via mia madre
  
Che il cerchio si chiuda
Addio, Signore, e addio
C’è una casa migliore che sta aspettando
In cielo, Signore, in cielo

Bè, dissi all’impresario:
impresario, per favore guida lentamente
Perché il corpo che stai trasportando
Io non posso proprio sopportare di vederlo andare via

Che il cerchio si chiuda
Addio, Signore, e addio
C’è una casa migliore che sta aspettando
In cielo, Signore, in cielo
   
Ho seguito (il carro) da vicino dietro a lei
Signore, quanto ho tentato di essere coraggioso
Ma non ho potuto trattenermi dal piangere
Quando l’hanno deposta nella tomba
   
Ora la mia casa, Signore, sembra così desolata
da quando la mia donna è andata via
I miei fratelli e le mie sorelle piangono
ed io mi sento così solo e triste

Un ultimo emozionato saluto a chi ha coltivato in me l'amore per questa lingua...


martedì, 19 maggio 2009

Una foto dal cielo. Gli angeli esistono, sono bambini.

Si dice: povera Africa, continente alla deriva. Africa disgraziatissima, allo stremo, prima depredata e poi abbandonata alle sue miserie, guerre tribali, siccità, carestie, epidemie, Aids. Africa buco del mondo, vergogna e tristezza dell’umanità.
E d’accordo: è anche così. Ma poi a conoscerli, gli africani risultano più allegri dei ricchi occidentali, e anche più umani, e forse in loro si coglie qualcosa di più alto, luminoso, indicibile.
Ecco chi voglia esercitarsi su questo bagliore può con profitto leggersi il servizio sui ciechi del Mali* e con gli occhi del cuore guardarsi la foto dell’Angelo Custode.

foto di Troupe Azzurra Aeronautica Si, proprio lui, e scoprire – oh sorpresa! – che è un ragazzino con una camicia lercia e i pantaloni, forse, comunque una specie di straccio a mo’ di pantaloni.
È raro, in effetti, vedere queste creature su cui nei secoli i padri della Chiesa hanno speso tesori di sapienza teologica, di dogmatica, di casistica. Ancora più raro è fotografarli, gli angeli.
Nel caso specifico ci è riuscito un anonimo operatore della militare italiana, e la coincidenza che a fare clic sia stato in qualche modo un soldato dei cieli rende la faccenda ancora più graziosa e sintomatica.
L’angelo è un ragazzino lieto davanti all’obiettivo, anzi perfino divertito di accompagnare in giro un cieco, forse il nonno, forse un “padrone” – per quanto un padrone cieco non potrà mai essere un padrone vero.
Fatto sta che lo illumina, lo custodisce, lo regge e lo governa. È la cura che gli hanno affidato, il suo pietoso lavoro. Lo guida tirandolo con un bastone. Il sistema è antico, da parabola evangelica, o da quadro di Brueghel (bellissimo, nel museo napoletano di Capodimonte) che però i suoi ciechi li fa inciampare e ruzzolare l’uno sull’altro.
Non gli sarebbe accaduto con il piccolo nero del Mali che a piedi nudi accompagna e provvede a tutte le necessità di chi è sfortunato. La potenza archetipica dell’immagine impedisce di coglierne i dati tecnici, le segrete geometrie, le figurazioni ombrose, i colori, il paesaggio, gli alberi rigogliosi, la dolente fissità del cieco.
Resta solo il sorriso radioso di quel ragazzino angelicato.
E per chi non crede all’esistenza di queste creature celesti resta la certezza che l’Africa può dare a noi molta più vita di quella che siamo abituati a sospettare.
Filippo Ceccarelli

(* di Cristina Bassi sul Venerdì di Repubblica)

giovedì, 14 maggio 2009

Vinci
Fa eco a un filo di vento
lo scroscio sordo di una fontana
nella sera vestita di luna.
Lampioni color zafferano
impettiti ascoltano attenti
insieme ad alberi secchi
quel parlottare mesto
a cui il giorno non fa caso.
La città ha finito di correre e urlare.
È sera
è l’ora che regala la pace
a chi sa ascoltare.

Laura D’amico


Dedicata a tutti quelli che, nonostante il ritmo frenetico della vita d'oggi,  non rinunciano a fermarsi un attimo ad ascoltare la voce silenziosa dell'infinito...


mercoledì, 06 maggio 2009

Leggerezza

Nei giorni scorsi, per il corso di comunicazione interpersonale ci è stato proposto un particolare esercizio, “Come so le storie che so”, in cui dovevamo raccontare una storia così come ci era stata raccontata in passato, con tutto il suo carico di colori, odori, emozioni  e suggestioni…
Beh questo è ciò che è scaturito dal quel fiume in piena che ha straripato emozioni dalla mente al cuore… Spero che vi lasciate trasportare senza remore in questo pindarico volo nel tempo…


Insenatura estrema, incanto di Napoli azzurra!
Argentea di pallidi ulivi e fremente di mirti,
la fortezza a mezzo distrutta guarda al sorgere del sole
E sul campanile si dondola una sorda e vecchia campana.
Quale silenzio! Tra le nebbie si levano strani fantasmi,
il flutto urta appena contro la riva rocciosa...
D’ improvviso una nave saracena, volando da Oriente
quale fulmine si precipita, mena strage e appicca incendi.
Prima che sia giunta, già il campanaro l’ha vista
E nel bronzo, con tutta la forza, batte a stormo,
la campana rintrona pel vasto azzurro golfo...
Guardano le fanciulle di Sorrento, da Bacoli, da Vervece,
nella rada sicura poche barche riescono a riparare
che dal mare le difenda San Gennaro.
(Maria Konopnicka)

Come ogni estate, anche quell’anno me ne ero andata a Vico Equense dai miei parenti per vivere per un po’ solo di mare e di sole.
Avevo 16 anni e tanta voglia di sentirmi almeno per una volta leggera leggera.
L’occasione me la diede Nicola, un amico di mia cugina, che mi propose una passeggiata in moto verso il Capo di Sorrento. Il tutto però doveva avvenire all’insaputa di mia zia: 1) per evitarle inutili ansie; 2) cosa più importante, per impedire che facesse le veci di mio padre ostacolando la mia piccola avventura.
Intorno alle 5 Nicola si presentò a qualche isolato di distanza da casa di mia zia, all’altezza del belvedere che affacciava sulla spiaggia di Seiano, da cui a tratti arrivava l’odore salmastro ad accarezzare le narici.

Dal webSubito ci dirigemmo verso Sorrento, verso il mare, verso la bramata leggerezza.
E leggerezza fu.


Vento sulle gambe nonostante il tentativo goffo di raccogliere a me la parte bassa del vestito giallo sole che sconsideratamente avevo indossato e che continuava a svolazzare a ogni curva.
Finalmente la realizzazione di un desiderio a lungo coltivato da bambina quando dall’auto bloccata nel traffico domenicale della costiera, vedevo coppie di centauri che tra slalom acrobatici si conquistavano un varco verso il mare.

Finalmente verso il sole. Finalmente verso la leggerezza.


Giungemmo, attraverso una strada sterrata, sopra il promontorio di Minerva, nei pressi della torre di avvistamento e dei resti della villa romana, da cui si vedeva chiaramente Capri, il profilo austero di Tiberio quasi a portata di labbra.

Dal webArrivare fin lì non era stato per niente facile con la moto da cross che amplificava tutte le sollecitazioni della strada, ma la veduta mozzafiato che mi si parava dinanzi mi aveva in un attimo ripagata di tutto.


Il posto in cui ci trovavamo era molto in alto ed il vento che veniva dal mare faceva da padrone incontrastato, ma i miei capelli rossi pur impregnandosi di salsedine non perdevano la loro leggerezza in quella frenetica danza attorno al mio viso.
Il mio sguardo per un attimo incrociò uno scoglio molto più grande che si ergeva dal mare, vicino alla spiaggia di Sorrento.

Dal web
Nicola da lontano lesse al volo quel punto interrogativo che stava per sospendersi nell’aria e mi disse quasi urlando “Quella è Punta Campanella. Conosci la sua storia?” Io avvicinandomi facevo cenno di no con il capo mentre negli occhi tutta l’aspettativa di un volo pindarico nel tempo.

Ecco che lui iniziò a raccontarmi della splendida Sorrento e dei saraceni che volevano depredarla della sue bellezze. Di quando l’intraprendenza dei mori ebbe la meglio grazie al tradimento di un servo infedele. Dell’incedere furtivo sotto le mura fino alla porta lasciata aperta, al passaggio in città su un tappeto di sangue con le scimitarre issate a mo’ di trofeo per saccheggiarla di ogni bene, persino delle campane delle chiese, l’ennesimo sfregio verso un Dio che in quel giorno aveva distolto lo sguardo dai suoi fedeli. Lo stesso avvenne per la campana della Chiesa di Sant’Antonino, nota per la sua bellezza e per il suono melodioso che portava con sé ad ogni messa.


Dal webSenza voltarsi indietro, senza dare spazio a femminei scrupoli di coscienza, i mori caricarono tutto il tesoro sulle loro tartane e presero il largo.
Tuttavia, giunti all’altezza di quel grande scoglio, la nave ammiraglia con la campana di Sant’Antonino nella stiva smise inspiegabilmente di avanzare.
I saraceni sul ponte rimasero interdetti a guardare la poppa delle altre navi che si allontanavano col favore del vento. Perfino la prua di quelle che finora avanzavano nella scia della tartana ammiraglia arrivarono a doppiarla per poi sfrecciare veloce verso il resto della flotta.
Il capo guardò il nostromo indicando come una calma piatta innaturale avesse preso il sopravvento solo sul mare che circondava la loro nave, ma egli non poté far altro che ricambiare confuso il suo sguardo.
A quel punto il capo gridò alla ciurma di alleggerire il carico gettando il tesoro depredato in mare, ma pur buttando in acqua l’impossibile la nave continuava a non schiodarsi dal punto in cui si era bloccata: alle manovre del nostromo la tartana rispondeva docilmente girando a destra e sinistra ma non ne voleva proprio sapere di avanzare d’un metro, come in balia di un incantesimo o, chissà, forse della possente mano di quel Dio cristiano che li inchiodava sul fondo.
Allora un giovane mozzo ricordò ai compagni che c’era ancora la bellissima campana nella stiva.
Dal webCi vollero cinque uomini per trasportarla a prua e per issarla con grande sforzo sopra il parapetto. Cadde in acqua con un tonfo sordo. Quando anche l’ombra della campana scomparve inghiottita dalle acque cristalline, le vele si gonfiarono e la nave acquistò gran velocità recuperando in breve tempo la distanza che la separava dal resto della flotta per poi scomparire per incanto oltre la linea dell’orizzonte.

Dal webNicola concluse dicendo che da allora si narra che all’altezza di quello scoglio talvolta si avverte provenire il suono melodioso di una campana che accompagna lieto chi va per mare.

Rimasi a lungo incantata ad ammirare quello scoglio mentre con gli occhi della fantasia mi sembrava quasi di scorgere quelle minuscole vele moresche che si allontanavano verso un punto remoto nello spazio e nel tempo, agli anni in cui la legge del più forte aveva la meglio su tutto: sull’età, sulla religione, sulla vita stessa.

Il sole era quasi giunto alla fine della sua lunga corsa quando Nicola mi ricordò che dovevamo rientrare. Rapita da quei pensieri avevo perso del tutto la nozione del tempo.
Per un attimo ancora il mio sguardo si protese verso il mare allertando a sé tutti i sensi con la vana speranza di avvertire qualcosa oltre il sibilo del vento che lieve ora mi accarezzava il viso.
Ma non accadde nulla.
Tuttavia quel senso di delusione non durò che un attimo.
Di nuovo il mio corpo e la mia mente furono tutt’uno con quel senso di leggerezza che mi riportava verso casa con all’orizzonte il tramonto più acceso che avessi mai visto.

Carpe diem

Frammenti di Alterità

*loading* anime erranti

Ovatta

Soffice ovatta colorata di vento scendi lenta quando l'orologio segna le ore dell'alba.
Con i tuoi fantasmi di nuvole perse ti diverti a disegnare sui muri avanzi di baci sfuggiti ai cuscini della notte. (Ovidio)

Acciaio

Vorrei avere un cuore d'acciaio
e occhi duri da puntare addosso
come lame taglienti
pronte a ferire
come cannoni
pronti a colpire
un cuore sempre in viaggio
con la sabbia tra i piedi
e giorni di cammino per arrivare al mare per arrivare al mare
un cuore che nessuno mai nessuno possa dimenticare
(Luca Barbarossa)



Per dovere di cronaca..

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