Ovatta ed Acciaio

Il mio fine

Utente: Aicha77
Un'anima che vuole suscitare emozioni… null’altro che emozioni!

Il perchè del titolo

Acciaio ed ovatta... un luogo virtuale in cui le parole possono essere dure come l'acciaio o accarezzare l'anima come soffice ovatta... Benvenuti!

La mia casa è la tua casa

Invitare qualcuno è lo stesso che incaricarsi della sua felicità per tutto il tempo che egli dimora sotto il vostro tetto. (Anonimo)

*******

Se esprimi un desiderio è
perchè vedi cadere una stella,
se vedi cadere una stella è perchè guardi il cielo,
e se guardi il cielo è perchè credi ancora in qualcosa...
Bob Marley

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lunedì, 19 ottobre 2009

Storie che non fanno rumore

Quando un operaio muore
Quando un operaio muore i politici di destra, di sinistra e di centro si indignano.
Quando un operaio muore domani Prodi fa il decreto legge.
Quando un operaio muore Topo Gigio Veltroni candida gli industriali, “ma anche” un sopravvissuto della Thyssen Krupp.
Quando un operaio muore Ichino dice che “Da noi manca la cultura delle regole”.
Quando un operaio muore il Presidente della Repubblica soffre e auspica in televisione.
Quando un operaio muore Maroni dice “Non è colpa dei governi, perché le leggi ci sono”.
Quando un operaio muore nessuno parla della legge 30, dei precari, dei ricatti che subiscono, della legge del padrone e degli estintori vuoti “altrimenti vai a casa”.
Quando un operaio muore, oggi Fassino e D’Alema, ieri Berlinguer e Pertini.
Quando un operaio muore il padrone ha già messo i soldi da parte.
Quando un operaio muore la vedova e i figli finiscono in mezzo a una strada.
Quando un operaio muore i sindacati dichiarano uno sciopero di solidarietà di due ore.
Quando un operaio muore la colpa è del casco, se l’è cercata.
Quando un operaio muore la colpa è che se si lamentava per l’insicurezza veniva licenziato subito perché precario.
Quando un operaio muore è un assassinio, quasi sempre.
Quando un operaio muore faceva un lavoro a rischio, doveva succedere.
Quando un operaio muore si danno incentivi alle aziende che diminuiscono gli incidenti e non si chiudono quelle che producono i morti.
Quando un operaio muore è perché la sicurezza è troppo onerosa per la Confindustria.
Quando un operaio muore è un fatto di business, qualcuno ci ha guadagnato sopra.
Quando un operaio muore se faceva il politico campava cent’anni.

Beppe Grillo

Ci sono storie che leggiamo distrattamente, presi dalla nostra vita che corre veloce. Ci sono numeri che raccontano tragedie vere, e di cui quasi non ci accorgiamo più.
Ogni giorno sul lavoro, in Italia, 3 persone muoiono e altre 27 rimangono invalide per sempre. Ogni giorno sul lavoro, in Italia, si contano 2.500 incidenti. Negli ultimi cinque anni in Italia si sono verificati oltre cinque milioni di infortuni sul lavoro, con oltre 7.000 morti e quasi 200mila invalidità permanenti.

Paradossalmente, sono cifre che non fanno rumore se udite un po' per volta,sebbene sembri sempre più un bollettino di guerra sebbene le vittime sono quasi il doppio di quelle degli omicidi.
Ma per loro solo poche righe di notizia.
Un bollettino di guerra che tace le storie del “dopo”, quelle delle famiglie che restano, sopraffatte da un dolore di dimensioni enormi quasi quanto le difficoltà economiche.

A volte qualcuno si indigna. A volte qualcuno chiede perché si permetta a tanti di risparmiare sulla sicurezza e sulla vita altrui. Per non dimenticare questi numeri l'Anmil domenica 11 ottobre ha organizzato la 59/a Giornata nazionale per le vittime degli incidenti di lavoro.
Stesso umanissimo sdegno condiviso da tutte le parti.
Questo tuttavia accadeva domenica scorsa.

Oggi invece ti ritrovi nuovamente a fare i conti con il silenzio, un velo tessuto con la fredda indifferenza che si posa come un macigno sulle vite spezzate e su quelli che condividono concretamente il loro dolore.

Chissà, forse un giorno quel velo ci metterà un po' più di sforzo prima di far cadere nell'indifferenza la malasorte che ha colpito chi è altro da noi...

Lo ammetto, certamente non ho scelto un tema "leggero" per segnare il mio ritorno su queste pagine a me e a voi tanto care, ma proprio non mi andava giù l'idea che dopo il clamore e lo sdegno provato domenica scorsa la gente "abbandonasse" nel dimenticatoio l'ennesimo fatto di cronaca italiana...
Aicha

sabato, 04 aprile 2009

“Felicità” per chi nell’Africa nera ci vive…

BAMBINI NAIROBIQuand’è che l’Africa fa notizia? Solo quando si parla di guerra o di pietà di massa.
La maggior parte dei giornali non ha corrispondenti qui. Persino i gruppi più grandi hanno solo un giornalista che copre un continente. Per giustificare questa spesa bisogna scrivere storie molto grosse. E così si fa strada il “giornalismo della pietà”.
Questo tipo di giornalismo finge di fregarsene ma non è vero. Mostrerà grandangoli di campi profughi, un po’ di mosche negli occhi di bambini moribondi. Darfour. Kisangani. Ruanda. Ma nessuno spiegherà cosa sono davvero questi posti, l’attenzione è sullo spettacolo. Chi guarda è invitato a dire: “Dio, è terribile!”. Forse manderà anche qualche dollaro.
La gente pensa che l’Africa è fatta così: seduta a mendicare, a morire, ad aspettare che arrivino persone in mimetica per recitare la pietà. Ma è molto utile anche per politici e celebrities.
Il copione è questo: le agenzie umanitarie hanno bisogno della copertura mediatica per avere i finanziamenti. Le Ong portano quindi i giornalisti in posti disastrati e gli offrono storie pietose. Vittime. In genere una donna con bambino è perfetta. Così la maggior parte del giornalismo sull’Africa in Europa è embedded – non diverso da quello in Iraq dove si dice ai media cosa comunicare. La differenza è che qui i media amano le Ong. E chi non le ama? Salvano delle vite.
Ed è vero che in Africa succedono cose terribili. Ma parliamo di un continente di circa un miliardo di persone. L’africa che “consumiamo” attraverso i media internazionali è fatta di personaggi fa soap opera. Il loro mestiere è lamentarsi e mendicare. Non hanno sogni, speranze, progetti, passato e futuro. Sono soltanto dei neri lagnosi. Ma va bene mostrare questo lato perché i media sono caritatevoli. Hanno compassione. Non possono ammettere che questa è invece una specie di pornografia. Che fa vincere premi ai fotografi. Quale giornale pubblicherebbe il cadavere di un bianco?
Quello di cui non si parla è il potere segreto di chi viene a salvarci. Chi recita la pietà non ammetterà mai il trip del potere, cioè guardare dall’alto in basso un altro essere umano e dire: io sono buono e loro sono patetici, anzi sono così buono che adesso li salvo.
Questa ricerca di potere è la fonte di un sacco di soldi in circolo nella mia città, Nairobi, dove atterrano migliaia di persone giovani, naif e ignoranti per aiutare, salvare e nutrire. Ecco perché l’economia di Nairobi è vibrante.
Così, immagino che dovrei essere felice.

Binvavanga Wainaina (keniano, autore di “How to write about Africa” e fondatore di Transition Magazine, rivista letteraria sull’Africa orientale)

Quando persino la parola felicità è un pugno nello stomaco…

giovedì, 19 marzo 2009

Dichiarazione universale dei diritti umani (1948)

Art. 1    Diritto all’uguaglianza
Art. 2    Divieto di ogni discriminazione
Art. 3    Diritto alla vita
Art. 4    Divieto di schiavitù
Art. 5    Divieto di tortura
Art. 6    Diritto alla personalità giuridica
Art. 7    Diritto all’uguaglianza dinanzi alla legge
Art. 8.   Diritto di ricorso alla legge
Art. 9    Divieto di detenzione arbitraria
Art. 10  Diritto al giudizio
Art. 11  Diritto alla presunzione di innocenza
Art. 12  Diritto alla privacy
Art. 13  Diritto di libertà di movimento
Art. 14  Diritto d’asilo
Art. 15  Diritto alla nazionalità
Art. 16  Diritto al matrimonio e alla famiglia
Art. 17  Diritto alla proprietà
Art. 18  Libertà di culto e di pensiero
Art. 19  Libertà di opinione e di espressione
Art. 20  Libertà di associazione
Art. 21  Diritto alla partecipazione politica
Art. 22  Diritto alla sicurezza
Art. 23  Diritto al lavoro
Art. 24  Diritto al riposo
Art. 25  Diritto al sostentamento
Art. 26  Diritto all’istruzione
Art. 27  Diritto alla cultura e al progresso
Art. 28  Diritto ad un mondo giusto
Art. 29  Diritti e doveri verso la società
Art. 30  Inalienabilità dei diritti

Soffermatevi qualche istante sull’ultimo articolo e poi ritornate a leggere da capo… vi renderete conto con amarezza di quanto ognuno di questi diritti vengano calpestati ogni giorno in ogni angolo del mondo.

Internet e televisione se ne fanno costantemente portavoce quindi non ci si può più trincerare dietro la giustificazione “Ma io non lo sapevo” che sempre più facilmente ci consente di ignorare il problema o di pensare che non ci riguarda solo perché per noi non esiste come tale. Ma questa condizione di "beatitudine" purtroppo è solo data dalla fortuna che ha voluto che noi nascessimo e vivessimo in un altro Paese, in una’altra realtà sociale, economica e soprattutto morale.


Ci piace pensare che la giustizia sia un concetto eterno ed universale, che possa durare per sempre, e invece il codice etico che noi esseri umani adottiamo cambia col tempo e col potere economico di una determinata nazione, e quelli che noi occidentali consideriamo essere diritti inviolabili sono in altri Paesi ridotti a pure divagazioni teoriche ed astratte e la Cina rappresenta uno dei più tristi esempi di questi ultimi tempi…


Tutti gli uomini sono stati creati uguali. Ma se partiamo dalla regola d’oro “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” ci rendiamo conto che la giustizia è e rimane solo un concetto foriero di illusioni.
Il diritto non è altro che un puzzle e le tessere del mosaico, che devono essere messe insieme, non sempre collimano.  Purtroppo.
Aicha

giovedì, 27 novembre 2008

Paradise (Bruce Springsteen)

Dopo i fatti orribili accaduti oggi proprio non ci riesco a scrollar via da me quest’abito di malinconia che mi si è cucito addosso quasi come una seconda pelle.
Condivido quindi con voi le toccanti note di “Paradise” che da qualche ora stanno facendo compagnia ai miei tristi pensieri… una ballata in cui uno struggente Bruce Springsteen racconta lo stato d'animo di un terrorista prima di un attentato, le sue sensazioni al momento del gesto che, per quello in cui crede, gli varrà il paradiso.
La canzone meditativa e coinvolgente, come potete notare dai sottotitoli, appare anche molto enigmatica perché lascia aperte molte vie di interpretazione: non si capisce se il kamikaze sta parlando con chi si è lasciato alle spalle, o se qualcuno gli lancia messaggi d'affetto mentre lui va a morire per uccidere i “nemici”.
Springstee inizia con un intenso viaggio nella coscienza di un kamikaze ma poi cambia il soggetto narrativo che diviene una donna americana, una vedova dell’11 settembre, la quale racconta di come in Paradiso ci sia andato suo marito, la vittima del terrorista, e che comunque l’Aldilà non è di sollievo per la vita terrena…

Penso che la canzone ed i brividi che suscita si commentino da se… a me resta solo un amaro interrogativo: ma per quanto tempo ancora gli uomini dovranno uccidere o, peggio ancora, morire in nome della smania di superiorità di un popolo rispetto ad un altro?

http://it.youtube.com/watch?v=u158OobkkHM


sabato, 12 luglio 2008

Alcune precisazioni

Per scelta personale non sono solita rispondere o “commentare” in questa sede le vostre tracce poiché preferisco che esse siano un “pretesto” per venirvi a trovare nei vostri variegati mondi.
Un modo, confesso, anche per condensare il poco tempo a disposizione, vista la difficoltà pratica di chi come me non possiede un collegamento internet di tipo flat.
Ma ora che qualcuno ha acceso i toni riguardo al mio post precedente mi sento chiamata in causa per fare alcune precisazioni.
Inizialmente avevo scritto ciò che sentivo sotto forma di commento ma poi vista la lunghezza del "chiarimento" ho deciso di dedicargli un post in modo che ciò avesse una maggiore visibilità, anche se, chi frequenta da un po' questo mio mondo privato, abbia iniziato ad apprezzare e a condividere quello che scrivo ed il perchè lo penso... 
Ecco le mie precisazioni.
La prima è che cerco di porre i miei post al di sopra di ogni presa di posizione politica, almeno questo è il mio sforzo. Partendo dal presupposto che ogni governo che abbiamo avuto ha manifestato platealmente le sue pecche, grazie soprattutto all’operato che le diverse opposizioni hanno “abilmente” svolto in ogni legislatura per denunciarne fatti e ancor di più i misfatti…, quando scrivo non tendo a criticare né tanto meno a santificare l’operato del governo in carica né di quello che è stato da poco destituito. Io  mi limito semplicemente a riportare le sensazioni che il mondo sociale in cui siamo calati mi riversa addosso ed il più delle volte, credetemi, non sono per niente piacevoli!
La seconda precisazione riguarda il fatto che in questo post non tendo a legittimare nessuna forma di delinquenza con un atteggiamento di falso buonismo. La delinquenza c’è, la vedo, ma non la riscontro solo da parte dei rom in quanto essa serpeggia viscidamente in ogni anfratto del tessuto sociale.
Il problema che mi tocca invero è il fatto che, come hanno detto anche alcuni miei ospiti, parlare continuamente di problemi sociali sotto forma di emergenza non è altro che un tentativo ben poco velato di distogliere l’attenzione da altri problemi anch’essi pressanti ma molto più scomodi da discutere pubblicamente per un certo tipo di cittadini (come si vede, non mi riferisco esclusivamente alla classe politica!), un tentativo riscontrato in ogni insediamento al potere!
Il problema dei Rom è un problema serio non c’è dubbio, ma sono le motivazioni per cui si vorrebbe estirparlo alla radice che mi spaventano, l’optare per le soluzioni estreme invece del dialogo e lo sforzo per una corretta integrazione che invece andrebbero prese in considerazione sempre e comunque.
Si prenda ad esempio la rilevazione delle impronte digitali ai minori al posto di un altrettanto valido anche se più oneroso censimento. Io in ciò non vi vedo altro che un atto di discriminazione razziale, un tentativo di classificare e marchiare a vita dei bambini in nome di un presunto potenziale delinquenziale, l’ammissione dinanzi al mondo che quel popolo e quella cultura, per l’Italia, hanno intessuto nel proprio DNA il gene della delinquenza, per cui non può far altro che “sfornare” futuri delinquenti, assassini, ladri, pirata della strada ecc. ecc.
Perché fare quindi di tutta l’erba un fascio? Perché lasciarsi condizionare a tal punto il cervello dal martellamento ossessivo della notizia riportata, spesso stravolta, dai media, tanto da far degenerare nel caso vergognoso di Ponticelli? Mi chiedo con orrore, e se ci fossero morti dei bambini rom in quell’incendio la sete di vendetta di alcuni “cittadini”, proprio in nome del proverbio biblico “occhio per occhio e dente per dente”, si sarebbe ritenuta soddisfatta? O l’eccessivo risalto dato alla notizia di un bambino rom che salva un suo coetaneo dall’annegamento in piscina. Perché suscitare tanto clamore? Che cosa avrebbe dovuto fare quel bambino per rispettare il suo DNA e la sua etnia, rubargli prima l’orologio o la catenina sott’acqua?!
Onestamente tutto ciò che vedo non piace al mio sentirmi Essere Umano!
Come tu stesso hai scritto, hai visitato per la prima volta questo mio mondo qualche giorno fa. Se ti facessi un giro a ritroso scopriresti che nei miei scritti, spesso forti, mi batto solo affinché la gente acquisti maggiore consapevolezza, così che, come scrivo ad esempio in questo post , si contrasti la dilagante massificazione del pensiero e si abbia, quando occorre, sempre il coraggio di urlare NO, IO NON CONDIVIDO! Ecco io miro solo a questo. Null’altro.
Aicha
 

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giovedì, 10 luglio 2008

Si fa presto a parlare di tolleranza

Tratta da Repubblica.com
Da sempre i Rom e i Sinti sono stati quelli che noi avevamo bisogno di vedere in loro. Ora l’incubo, ora il sogno, mai esseri umani con le nostre stesse, mille sfaccettature.
Nell’immaginario collettivo o suonano il violino o sono delinquenti. In tutti e due i casi, nel bene o nel male, falsità. Proiezioni distorte di nostri bisogni che sfociano nel razzismo. Si obietterà: se lo meritano, gli zingari rubano.
È vero, alcuni rom e sinti rubano, come alcuni siciliani sono mafiosi, come alcuni veneti tirano pietre dai cavalcavia, come alcuni professionisti frodano il fisco, ma il fatto che “alcuni” vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti.
Molti italiani di etnia Rom e Sinta, perché la maggior parte di quelli che vivono nel nostro territorio sono italiani a tutti gli effetti, vivono mescolati con noi senza che nessuno se ne accorga. In Italia ci sono pittori, professori universitari, neurologi, campioni sportivi, impiegati rom e sinti, per non parlare di quello che accade nel resto d’Europa. In Bulgaria il maggior cardiochirurgo del paese è rom.
Quanti di quelli che amano la musica sanno che il primo grande jazzista europeo Django Reinhardt era zingaro? Quanti di quelli che amano il cinema sanno che Yul Brinner era zingaro? Così come Michael Caine e Bob Hoskins. Persino Charlie Chaplin e Rita Hayworth avevano una parte di sangue zingaro nelle vene. Quanti tifosi che la domenica affollano gli stadi sanno che diversi loro beniamini, anche in odore di Pallone d’Oro, sono zingari?
Per noi i rom e i sinti sono quelli che chiedono l’elemosina.
Ci battiamo per l’abolizione degli zoo, ma mettiamo in piedi campi zingari nei posti peggiori dove ghettizziamo e umiliamo gli esseri umani. Si impedisce a rom e sinti di viaggiare e nello stesso tempo di fermarsi. Eppure ci aspettiamo gratitudine. Vorremmo andare in mezzo a loro e vederli piegare in quattro per ringraziarci.
Osservando i luoghi che destiniamo loro nelle città possiamo vedere rappresentato, senza veli o mistificazioni, l’interesse che questo secolo nutre verso quei dimenticati della Terra che prendono a esistere ai nostri occhi solo in campagna elettorale. Gli “ultimi” sono un ottimo argomento di discussione, un nuovo campo di battaglia. Alla fine delle ostilità, poi, i vincitori andranno a fare festa, i vinti si leccheranno le ferite e il campo di battaglia devastato sarà ripianato e pressato a dovere con un bel rullo, per essere pronto, quando sarà il momento, per nuove battaglie.
Noi crediamo di conoscerli, ma in realtà non sappiamo niente di ciò che sono costretti a subire: dagli sgomberi ai rifiuti per le donne a partorire negli ospedali. Questa è la loro quotidianità.
Pino Petruzzelli (regista, attore e autore impegnato nel sociale)
 
Onestamente non riesco a trovare parole per descrivere quel senso di profonda vergogna che mi pervade dinanzi a questo brano di Petruzzelli.
Il titolo emblematico che ho scelto penso che parli da sé, soprattutto se si hanno davanti agli occhi le polemiche, spesso gratuite, che negli ultimi tempi stanno ruotando intorno all’universo rom. Mi riferisco agli attacchi ai campi di Ponticelli, agli interventi sovversivi al Nord fino all’ultima novità delle impronte digitali anche ai minori.
Come se rivolgendo tutte le nostre energie nell’arginare questo “incombente pericolo”, che  per me assume ogni giorno di più le sembianze di un capro espiatorio, si riuscisse a guadagnare la tanto sospirata tranquillità sociale. Ma questa purtroppo durerà poco.
Infatti ridotto il pericolo rom, i massmedia fomenteranno l’attenzione delle masse sull’emergenza clandestini o su quella dei musulmani, una nuova  emergenza che prenderà il posto di quella della monnezza, dato che ora il governo si è fatto carico formalmente della soluzione in tempi brevi…
E su queste minoranze la definizione  “emergenza” calzerebbe a pennello visto che spesso a NOI italiani riesce bene specializzarsi nelle ossessioni, specialmente in quelle applicate allo straniero. Forse se solo per un attimo ognuno di noi si degnasse di osservare e riflettere, il riverbero che lo scenario sociale in frantumi rimanda del nostro vero sé in rapporto con le alterità, forse il mondo sarebbe leggermente diverso.
Appuntamento alla prossima grande emergenza…
Aicha

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martedì, 13 maggio 2008

Il mondo normale che vi auguro

Io mi auguro che l’Italia possa finalmente diventare un Paese normale, un Paese in cui sia abolita la doppiezza. Io sono dalla parte di Cesare Zavattini che diceva:«Con buongiorno, intendo buongiorno e basta.» Un Paese dove funzionino scuole e ospedali: entrare in corsia e vedere che c’è la scritta «Solventi», cioè quelli che pagano, e quelli che non pagano, mi pare poco bello.
Un Paese dove treni e aerei arrivino in orario, perché la puntualità non è mica una prerogativa fascista. Con una politica normale, che (oltre a non ammettere l’intolleranza e la paura per l’altro) non contempli il trasformismo: vedere della gente che non cambia neanche gabbana perché ha già un corredino dove ci sono tutte le giacche che vanno di moda in quel momento è uno spettacolo da cancellare. Con un giornalismo che torni a consumare la suola delle scarpe, guidato da quel sentimento potente che è la curiosità, e dalle chiare tendenze ma sempre dalla buona fede e attento al lato umano.
Un Paese normale dove non si interpellino i divi della televisione per conoscere il loro parere su qualsiasi argomento, dalla solitudine dell’uomo all’allevamento dei canarini. È normale un Paese dove non ci sia l’emergenza come a Napoli o in Sicilia, dove la paura «marca» persino le arterie (come mi hanno detto una volta i medici che effettuano le autopsie).
Un Paese normale è un Paese in cui l’unico punto di riferimento non è la geografia con i suoi confini, ma la legge uguale per tutti. «La rovina dell’Impero romano» scrisse inutilmente Ranuccio Bianchi Bandinelli «fu facilitata dal clientelismo amministrativo e dal caos delle leggi e non dalle orge del Satyricon». Ma chi la studia la storia?
È normale il Paese che aiuta quelli ai quali la natura e la politica hanno dato di meno. Un Paese normale è quello in cui gli aiuti non si danno per beneficenza, grazie alle collette per soccorrere chi è colpito dalle sciagure, ma si prevedono con il bilancio dello Stato, con voci apposite.
Un Paese normale è quello dal quale non emigrano più i giovani migliori perché non trovano un lavoro retribuito dignitosamente. È quello in cui non c’è spazio per il grande tormento di oggi, che è l’apparire. Un’ossessione: chi non entra nello spettacolo ha la sensazione di essere escluso dalla vita.
Un Paese normale è quello in cui nessun bambino sia privo di cibo e cure. Ho incontrato in Romania i piccoli che vivono nelle fognature, come topi, per sfruttare i tubi di riscaldamento.
Un Paese normale, un mondo normale, è quello in cui i bambini finiscono le loro giornate in un lettino, con lenzuola che profumano di pulito.
Enzo Biagi
 
Condivido con voi quest’inedito di Enzo Biagi, perché attraverso queste parole amare, si rifletta per un attimo su quella parvenza di “normalità” che dovrebbe essere garantita da ogni regime democratico… una normalità che spesso pare scontata ma se si va oltre la fumosa apparenza ci si accorge che per una parte consistente d’Italia questa viene vissuta, giorno dopo giorno, come una meta lontana...
Forse perché, l'idea di normalità non ha mai compiuto "concretamente" quel balzo dal piano della mera utopia…

martedì, 06 maggio 2008

“In Italia” (Fabri Fibra e Gianna Nannini)

Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Dove fuggi in Italia
pistole in macchine - in Italia
Macchiavelli e Foscolo - in Italia
i campioni del mondo sono - in Italia
 
Benvenuto - in Italia
fatti una vacanza al mare - in Italia
meglio non farsi operare - in Italia
e non andare all’ospedale - in Italia
La bella vita - in Italia
le grandi serata, i gala - in Italia
fai affari con la mala - in Italia
il vicino che ti spara - in Italia
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Dove fuggi - in Italia
liberi mafiosi sono - in Italia
i più pericolosi sono - in Italia
le ragazze nella strada - in Italia
Mangi pasta fatta in casa - in Italia
poi ti entran i ladri in casa - in Italia
non trovi un lavoro fisso - in Italia
ma baci il crocifisso - in Italia
I monumenti - in Italia
le chiese con i dipinti - in Italia
gente con dei sentimenti - in Italia
la campagna ai rapimenti - in Italia
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Dove fuggi - in Italia
le ragazze corteggiate - in Italia
le donne fotografate - in Italia
le modelle ricattate - in Italia
Impara l’arte - in Italia
gente che legge le carte - in Italia
assassini mai scoperti - in Italia
voti persi e voti certi - in Italia
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Ci sono cose che nessuno ti dirà
ci sono cose che nessuno ti darà
sei nato e morto qua
sei nato e morto qua
nato nel paese delle mezze verità
 
Dove fuggi
Dove fuggi
 
“Nato nel paese delle mezze verità”… a pochi giorni dall’anniversario del ritrovamento di Aldo Moro in quella via che da allora è maledetta dalla Storia, questa frase la vedo più che mai emblematica… Chissà, forse perché dà voce a quell’interrogativo silenzioso che alcune generazioni si portano impresso nella carne insieme agli altri vergognosi enigmi che fluttuano sulla coscienza politica del nostro caro Paese da almeno un trentennio……
Pur non amando in modo particolare il genere di musica fatto da Fibra devo ammettere che con queste strofe riesce a sintetizzare bene le contraddizioni del popolo italiano…
Naturalmente ognuno di noi può scegliere da che parte della barricata stare ma alla fine chi sarà capace di restare indifferente dinanzi alla voce della coscienza che beffarda ci sussurra “Dove fuggi???”….

giovedì, 17 aprile 2008

L’elogio del conflitto

Oggi, in un clima di continui disordini politici e sociali che agitano la scena mondiale, vicina o lontana, mi viene in mente quanto letto a proposito del saggio “L’elogio del conflitto” del filosofo Miguel Benasayag, autore di molte ricerche sulle nuove forme di antagonismo sociale e culturale.
 
Contro la logica dominante, Benasayag sostiene con convinzione che il conflitto essendo una dimensione necessaria all’esistenza di ogni organismo biologico e sociale è benefico e produttivo: ne hanno bisogno gli individui per crescere, ne ha bisogno la società per restare vitale e dinamica.  Non si può quindi continuare a rimuovere i conflitti, perché alla fine questi ritornano sempre nella loro forma peggiore: quella dello scontro e della violenza.
Denuncia così la lenta deriva d’una società che condanna inesorabilmente ogni forma di resistenza individuale e collettiva ai suoi modelli normalizzati. Infatti, mai come oggi, la società è terrorizzata dal conflitto perché lo percepisce esclusivamente come una minaccia: il disaccordo e l’opposizione appaiono come un’anomalia da combattere, sul piano individuale, come su quello sociale, forzando a rientrare nei ranghi chi si sottrae alla norma collettiva.
 
Nel passato, al contrario, si individuava nel conflitto il fattore dominante,  la dimensione “motrice” di ogni processo: per Marx la lotta di classe era il motore della storia, per Darwin l’uomo era in lotta con la natura nel tentativo di dominarla, per vari pedagogisti era convalidata l’idea del conflitto con se stessi come impulso a migliorarsi, per i liberisti la concorrenza economica era salutare per il mercato...
 
Oggi, invece, in assenza di ideali e prospettive stabili ci sentiamo in costante pericolo così per contrastare questa inquietante “minaccia” data anche solo dalla mera presenza dell’altro (leggi extracomunitari) domina la logica della tolleranza zero, della prevenzione ad ogni costo e della rimozione di ogni fonte di conflitto e devianza.
Quindi la rimozione del conflitto diviene l’espressione di un mondo che s’illude di farla finita con la parte maledetta di sé, con la malattia, la guerra, la radicalità.
 
In questo modo però lo spirito della democrazia viene svuotato dall’interno: la vera democrazia non è una realtà dove tutti la pensano allo stesso modo in clima di consenso generalizzato, ma è coabitazione di punti di vista differenti in un equilibrio instabile. È fin troppo facile essere tolleranti con chi la pensa come noi. Il problema, quello vero, è riuscire a dialogare anche con chi è radicalmente diverso.
La forza dell’uomo democratico, la forza che ancora molti sono lontani dal conquistare, dovrebbe essere quella di riconoscere l’altro e le sue contrapposte ragioni in un clima di rispetto e di costante apertura all’alterità.
 
Un messaggio, questo, che sarebbe bello giungesse a chi è salito al potere e già sogna di livellare la nostra esistenza civile ad un modello da cui, ora come ora, già sono esclusi a priori i diversi solo perché nati in un’altra parte del globo… in un’altra parte, quella “sbagliata”, della NOSTRA cara Italia…

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lunedì, 31 marzo 2008

Io no (Jovanotti)

C'è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile
c'è qualcuno che fa di tutto per rendere questo mondo invivibile
c'è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile
e c'è qualcuno che fa di tutto per render questo mondo invivibile
io no, io no, io no, io no
c'è qualcuno che dentro a uno stadio si sta' ammazzando per un dialetto e c'è qualcuno che da quarant'anni continua a dire che è tutto perfetto, c'è qualcuno che va alla messa e si fa anche la comunione e poi se vede un marocchino per strada vorrebbe dargliele con un bastone
ma a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro
siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi
C'è qualcuno che fa di tutto per render la vita impossibile
c'è qualcuno che fa di tutto per renderti questo mondo invivibile
e c'è qualcuno che in una pillola cerca quello che non riesce a trovare allora pensa di poter comprare ciò che la vita gli può regalare
io no, io no, io no, io no
ci sono bimbi che non han futuro perché magari qualcuno ha deciso ci sono bimbi che non nasceranno e se ne vanno dritti in paradiso perché da noi non c'è posto per loro o solamente non erano attesi ci sono bimbi che non nasceranno perché gli uomini si sono arresi
c'è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile
c'è qualcuno che fa di tutto per render questo mondo invivibile
ma a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro
siamo noi, siamo noi, siamo noi, siamo noi
vorrei vedere i fratelli africani aver rispetto per quelli italiani vorrei vedere i fratelli italiani aver rispetto per quelli africani per quelli americani per quelli africani e quelli americani per quelli italiani quelli milanesi per quelli palermitani napoletani
Roma Palermo Napoli Torino siamo noi siamo noi
C'è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile
c'è qualcuno che fa di tutto per render questo mondo invivibile
c'è qualcuno che fa di tutto per renderti la vita impossibile
c'è qualcuno che fa di tutto per render questo mondo invivibile
ma a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro a questo punto hanno trovato un muro un muro duro molto molto duro
siamo noi, siamo noi.
 
Dedico il post di oggi a questa canzone affinché dinanzi alla dilagante massificazione del pensiero si abbia, quando occorre, sempre il coraggio di urlare IO NO,  IO NON CONDIVIDO!
 

Condiviso da: Aicha77 alle ore 15:06 | link | commenti (12)
categorie: musica suggestione dell anima, spoliticando

Carpe diem

Frammenti di Alterità

*loading* anime erranti

Ovatta

Soffice ovatta colorata di vento scendi lenta quando l'orologio segna le ore dell'alba.
Con i tuoi fantasmi di nuvole perse ti diverti a disegnare sui muri avanzi di baci sfuggiti ai cuscini della notte. (Ovidio)

Acciaio

Vorrei avere un cuore d'acciaio
e occhi duri da puntare addosso
come lame taglienti
pronte a ferire
come cannoni
pronti a colpire
un cuore sempre in viaggio
con la sabbia tra i piedi
e giorni di cammino per arrivare al mare per arrivare al mare
un cuore che nessuno mai nessuno possa dimenticare
(Luca Barbarossa)



Per dovere di cronaca..

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